La preda più ambita: ecco come inizia



Victoria, Isola di Vancouver, Canada

Micheal si portò alle labbra il bicchiere semivuoto, sorseggiando quello che restava del suo aperitivo.
Socchiuse leggermente le palpebre e si lasciò ricadere sul divanetto, non riuscendo a credere ai propri occhi.
La donna dietro al bancone era sua moglie. Riconobbe gli occhi verdi, la sfumatura rossa dei capelli, che sembravano infiammarsi nei raggi del sole, il fisico slanciato da modella e la pelle diafana, bianca come il latte.
Non si era accorta di lui e sorrideva a dei clienti, conversando amabilmente con loro, mentre versava da una caraffa, piena a metà, del caffè nero, così diluito che avrebbe fatto inorridire Resy, la sua stramba governante.
Piegò le labbra in un sorriso.
Resy si sarebbe precipitata al bancone e l'avrebbe afferrata per il colletto della divisa, imponendole di seguirla, ma lui non si sarebbe esposto.
Era arrivato da almeno mezz'ora e alla donna bruna, che ora lo scrutava incuriosita da un angolo del locale, aveva ordinato un aperitivo con degli stuzzichini, stando bene attento a guardarsi intorno. Era la seconda volta che si recava in quel posto in orari diversi. Nella prima occasione, per quanto si fosse intrattenuto, non l'aveva scorta, ma quel giorno era stato più fortunato e l'aveva vista appena aveva messo piede nel locale.
Avrebbe potuto dirigersi direttamente da lei, afferrarla per un braccio e trascinarla in strada, ma la ragione aveva avuto la meglio sull'istinto.
Se l'avesse affrontata in modo diretto avrebbe perso i punti faticosamente conquistati per strada, ma le avrebbe comunque parlato, di questo ne era certo.
Socchiuse le palpebre scrutandola attentamente. Sembrava aver messo su qualche chilo, ma la figura longilinea ne aveva guadagnato nei punti giusti.
La scialba divisa da cameriera, di un blu notte, con colletto e polsini bianchi, non riusciva a nascondere il fatto che era bellissima.
Si maledisse mentalmente. Avrebbe dovuto odiarla per quello che gli aveva fatto ed invece eccolo lì, emozionato e impaziente di poterla avvicinare di nuovo, di poterle parlare, rivendicando una spiegazione per quella scomparsa improvvisa e ingiustificata.
Erano passati cinque anni dall'ultima volta che si erano visti. Sessanta mesi durante i quali non aveva fatto altro che cercarla invano ed ora eccola là, a pochi metri da lui, così vicina e insieme così lontana.
Si portò alle labbra il bicchiere, sorseggiando il suo aperitivo.
Tornò alla donna dalla carnagione scura, con penetranti occhi neri, che ora lo fissava dal lato opposto della sala, dando disposizioni al personale.
Forse era la titolare o la direttrice di quel posto.
Lanciò uno sguardo intorno.
Non c'era molta gente. Diversi tavoli erano vuoti, ma sulla strada, a pochi passi dal porto, c'era un vivace e costante via vai.
La giornata stava volgendo rapidamente al termine e il cielo terso si stava caricando di nuvole. Tornò all'interno del ristorante, che fungeva anche da bar.
Dominavano le tonalità del blu, con un arredameto in stile marinaresco, che caratterizzavano quello che  era considerato tra i locali più rinomati di Victoria, una delle tre città dell'isola di Vancouver.
La vista che si godeva da quell'angolazione era davvero impressionante, con i giardini fioriti sul ciglio della strada e alle sue spalle il porto, con le piccole imbarcazioni e l'oceano sullo sfondo.
Il suo sguardo tornò su sua moglie. Come si era innamorato di lei? Non riusciva a capacitarsene.
Avrebbe potuto avere chiunque, ma il suo cuore aveva scelto la più complicata di tutte, che si era fatta beffe di lui come un adolescente alle prime cotte, per poi abbandonarlo, senza una ragione. Così da un giorno all'altro come era entrata nella sua vita ne era uscita.
Audrey, il volto della Sanni & Beauty, la figlia del noto imprenditore Antonio Sanni, che della bellezza aveva fatto un business internazionale. Sua moglie  aveva chiuso i rapporti anche con la famiglia di origine, facendo perdere le sue tracce.
Come ci fosse riuscita restava un mistero: giovane, bellissima e nota per la ricchezza del padre e la fama internazionale del marito, si era dileguata nel nulla, dopo aver lasciato un biglietto con l'invito a non cercarla. Incredibilmente, era riuscita a far perdere le sue tracce, sparendo nel nulla più assoluto. Non c'erano dubbi, tutti l'avevano sempre sottovalutata.
Non era cambiata in quegli anni. Da quella distanza non riusciva a scorgere la spruzzata di efelidi che le copriva il naso e gli zigomi, ma era lei. 
«Posso portarle altro?».
 Sollevò il capo sulla figura bruna al suo fianco, che lo fissava, con il taccuino in mano, pronta a prendere la sua ordinazione.
«Lavora da molto in questo posto?», le chiese, trascinando le parole.
Era troppo sconvolto per preoccuparsi delle apparenze.
«Direi!», rispose la donna, con un sorriso sbilenco. «Hana Martel, la proprietaria», allungò un mano.
Micheal si costrinse a ricambiare la stretta.
«Piacere», sorrise.
I suoi occhi tornarono alla donna dietro il bancone, che indaffarata continuava a preparare drink e a raccogliere ordinazioni, senza accorgersi di lui.
«Non mi dica che è anche lei un produttore o un regista», esclamò ad un tratto la donna, seguendo la direzione del suo sguardo.
«Un regista?», tornò a guardarla, infastidito dalla sua affermazione.
«Non sarebbe la prima volta. Ogni tanto arriva qualcuno che ordina un caffè e passe le ore osservando la mia dipendente, la stessa che sembra interessare tanto anche lei, e di solito al corteggiamento a distanza segue una proposta lavorativa nel mondo del cinema».
«Capita spesso?», strinse i denti.
«Abbastanza», annuì la donna, scivolando a sedere davanti a lui. «E lo capisco, perché Audrey è notevole, ma ricevono sempre un rifiuto, quindi le risparmio la fatica».
Micheal piegò le labbra in un sorriso amaro.
«E cosa le fa credere che sia interessato a lei per questi motivi?».
I suoi occhi non riuscivano a staccarsi da quella folta capigliatura rossa, mortificata in uno chignon.
«Vancouver è al secondo posto dopo Los Angeles per le produzioni Tv e al terzo per quelle cinematografiche, e lei ha un volto noto, che ricollego a quel mondo». Fece una smorfia buffa, poggiando il gomito sul tavolo, con il meno sulla mano. «A guardala bene, forse è un attore».
«Mi lusinga», stette al gioco sorridendo. «Il mio mondo è dietro la telecamera, su questo non ci sono dubbi», le assicurò, prima di aggiungere: «Su una cosa ha però ragione: vorrei offrire un caffè alla signora. Le darebbe dieci minuti di pausa?».
«Potrei...» si tenne sul vago, dando un'occhiata distratta alla sua dipendente. «Ma non lo farò. Come le ho già detto,  Audrey non è interessata al suo mondo».
«Chissà che non cambi idea».
I suoi occhi tornarono insistenti alla rossa, prima di sfilare dalla tasca una banconota, ponendola sotto il posacenere.
«Per il disturbo».
La bruna scrutò rapidamente il denaro, ma anziché allungare la mano, puntò le iridi nere e inquisitorie su di lui.
«Chi sei e cosa vuoi?», afferrò i soldi e glieli conficcò nella tasca della giacca, con un gesto deciso.
Esitò un istante e poi disse:
«Sono Micheal Turner, il marito di Audrey Sanni e ho urgenza di parlare con mia moglie».

***


Ancora un'ora e sarebbe tornata a casa. Era in piedi dalla mattina e la giornata cominciava a pesarle. Diede uno sguardo distratto al magnifico panorama del porto, dove la sera scintillava un tripudio di luci, ma anche al tramonto lo spettacolo era da togliere il fiato. La combinazione di storia e natura era perfetta in quell'isola. Si soffermò a guardare le nuvole che si affrettavano nel cielo, annunciando pioggia, dopo una giornata assolata.
Audrey sospirò lievemente, ritornando alle sue incombenze. Un nuovo cliente si era avvicinato al bancone: un tizio sui cinquanta, che si fermava spesso, al rientro dal lavoro, prima di tornare a casa.
«Malory, occupatene tu».
Hana intervenne prontamente, chiamando all'appello la ragazza dai tratti asiatici, che aveva assunto da poche settimane.
La giovane dagli occhi allungati annuì rapida, lasciando quello che stava facendo, per sostituirla al bar.
«Che è successo?».
Audrey seguì il capo in un angolo appartato, che divideva la parte esterna del locale da quella interna, dove c'erano le cucine.
La porta era socchiusa, ma Hana non sembrava intenzionata ad entrarvi.
«Perché non mi hai detto che sei sposata?»
La domanda le piovve tra capo e collo, spiazzandola. Aprì e richiuse le labbra più volte, incapace di parlare.
«Non lo sono più» , farfugliò confusamente.
«Ne sei sicura?», guardò oltre le sue spalle. «Perché quell'uomo dice di essere tuo marito».
Audrey si voltò lentamente, cercando tra i pochi presenti seduti ai tavolini sul lato della strada la folta chioma dorata dell'uomo che in un'estate lontana aveva cambiato completamente la sua vita.
«È lui?», le chiese il capo.
«Sì», farfugliò tremante.
Era proprio lui, con lo sguardo truce, di un azzurro intenso e l'aria di chi non le avrebbe mai perdonato le sue scelte.
«È il padre di tuo figlio?». 
Le mani  intorno al suo braccio si strinsero.
Audrey si voltò lentamente, cercando di ricacciare indietro le lacrime.
«Sì», annuì.

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